Alla scoperta di Pordenonelegge 2015

Anche quest’anno a metà settembre nella nostra Regione si è svolto l’importante Festival del Libro, tra presentazioni e incontri con gli autori emergenti e scrittori famosi.
Stiamo parlando di Pordenonelegge.

Per fortuna stavolta siamo riuscite a partecipare, dopo tante rinuncie.
Passate a prendere Annette nel primo pomeriggio, siamo partite: destinazione Pordenone, attraverso il Friuli!
Scese dall’auto, una pioggia scrosciante ci ha preso alla sprovvista, fortunatamente è durata solo 5 minuti, regalandoci uno spettacolare tramonto.
Non sappiamo come, ma abbiamo trovato posto per l’auto proprio dietro il teatro. Pochi passi e siamo arrivate nella piazza principale degli eventi di Pordenonelegge.

Annette inizialmente voleva andare all’incontro con Roberto VecchioniIl mercante di luce“, ma era già tutto esaurito e dell’uomo vestito di rosso non si è vista neanche l’ombra. Peccato. Neanche alla fine siamo riuscite a incrociarlo sob…sarà per un’altra volta.
Ma noi non ci siamo perse d’animo. Dopo aver lasciato Smarty in fila per conoscere Mattia Signorini, le altre sono partite alla volta del palaprovincia per vedere se riuscivamo almeno ad assistere all’incontro con il prof 2.0 Alessandro D’Avenia. Ma anche lì tutto pieno. Fortuna ha voluto che il tempo ha retto e quindi hanno aperto tutti i tendoni permettendo agli sventurati come noi di sentire e vedere lo scrittore che presentava il suo ultimo libro “Ciò che inferno non è“. Abbiamo voluto andarci anche perché lo scorso aprile quando è venuto a Trieste, Liny non è riuscita ad incontrarlo per motivi lavorativi.
Prima di mettersi in fila per autografare la sua copia dell’ultima fatica del prof. Annette e Liny sono andate a recuperare Smarty, che nel frattempo è riuscita a coronare il suo sogno: incontrare Mattia Signorini.

Che dire pomeriggio intriso di emozioni. Ti riempie il cuore e rimani stupita dalla genuinità e semplicità di questi giovani scrittori che con tenacia sono riusciti a farsi conoscere al pubblico.
D’Avenia è rimasto lì ad autografare i libri di tutti, non si è mosso di un centimetro finché tutti i presenti non si sono presentati da lui, per l’ interrogazione. Ebbene sì di questo si tratta: è lui a farti domande, cercando di conoscere meglio i suoi lettori e non tu a porle! Questo è spiazzante per certi versi. In ognuno di noi cerca di catturare qualcosa.

Conosciamo meglio Mattia: è un ragazzo semplice, simpatico, si definisce un tipo “solitario”, ma quando racconta dei suoi personaggi si emoziona a tal punto di esser un chiacchierone. Ha presentato il suo libro assieme all’esordiente Ginevra Lamberti col suo primo romanzo “La questione più che altro“, durante l’incontro “Prima che sia troppo tardi” con Chiara Valerio, al Ridotto del Teatro Verdi.

E’ stata una conferenza divertente, la Valerio incalzava gli autori facendo loro domande sarcastiche, intervallate da altre più serie, spesso mettendoli in difficoltà chiedendo loro di raccontarsi.
Sono passati dalla scelta della copertina agli autori che li hanno influenzati, ai protagonisti dei loro romanzi fino ai personaggi che li rappresentano di più.
La copertina de “Le fragili attese” è una foto scattata da Joel Robinson “I carry it with me”, che ama fare questo tipo di scatti, rappresenta appieno quello che Mattia Signorini cercava, un’immagine senza volto a differenza degli altri suoi romanzi. Si vede una casa, proprio la Pensione Palomar, tenuta in mano da un uomo, uno di provincia. Per Ginevra Lamberti è stata scelta una foto di Margherita Morganti, senza titolo, raffigurante un uomo con in mano le borse della spesa sopra una specie di chiatta.
Gli autori che li hanno influenzati, sono Buzzati, Italo Calvino e Marquez, assieme ad altri autori sudamericani del Realismo magico, per Signorini, il quale ama trovare nelle piccole cose la magia che racchiudono; Dostoevskij, Paolo Nori, Ugo Cornia ed Ermanno Cavazzoni per la Lamberti.
Hanno raccontato dei loro protagonisti quali, in Le fragili attese, la Pensione Palomar con il suo gestore Italo, che ha sotterrato lo scrigno dove ha nascosto il suo dolore per la perdita della sua amata, ma alla fine riaffiora e la vita te lo mette davanti e devi per forza affrontarlo; in La questione più che altro è Gaia.
I personaggi che li rappresentano di più sono per la Lamberti proprio Gaia, molto simile alla sua personalità, quasi un libro autobiografico, in cui viene raccontata l’instabilità e la precarietà lavorativa, gli studi universitari da finire e ritrovi la figura del padre; Signorini invece si ritrova nella personalità di Penepole, bimba che non parla più da quando ha perso la mamma ed Emma che con la sua delicatezza e lentezza tesse il filo delle giornate.
A fine presentazione sono stati disponibilissimi a fermarsi per il firma copie e a scambiare due parole! 

Esperienza sicuramente da ripetere, un’occasione per incontrare i “tuoi” autori! Ci vediamo l’anno prossimo dal 14 al 18 settembre 2016, promesso^^

by Smarty&Liny

 

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Chiacchierando con Alessandro D’Avenia: “Ciò che inferno non è”

Grazie Alessandro D’Avenia per averci regalato un pomeriggio di riflessione e spensieratezza!

Ho avuto la fortuna, invitata dalla mia amica Annina, solita a queste avventure, di partecipare alla presentazione del suo ultimo libro “Ciò che inferno non è” al Teatro Stabile Sloveno di Trieste. Il romanzo racconta l’incontro tra un adolescente, Federico e il suo insegnante di religione padre Pino Puglisi, o 3P, come lo chiamano i suoi studenti. Un incontro che gli cambierà la vita, lo porterà a intraprendere strade nuove, fatte di salite e discese. Quando nel settembre del 1993 padre Pino Puglisi viene ucciso dalla mafia, Federico dovrà prendere una decisione, dovrà difendere “ciò che inferno non è”, con l’amore, come gli ha insegnato 3P. Solo amando si combatte la violenza! Alessandro D’Avenia ha conosciuto alle superiori padre Pino Puglisi, alla notizia della sua morte è rimasto molto colpito, è stato ucciso un uomo che conosceva, che vedeva ogni giorno! Si è trovato davanti la cruda realtà, la violenza, la malvagità, l’orrore della mafia. Ci ha raccontato come sentiva la mafia ancora lontana con la morte del giudice Falcone, avvenuta sull’autostrada che porta a Palermo; guardando la televisione gli è sembrato un film. Invece con la morte del giudice Borsellino si è reso conto che la mafia non era tanto lontana, è entrata in città; ha ancora in mente il tremendo boato che ha sentito nell’estate del 1992. Con la morte di don Pino Puglisi è rimasto tremendamente colpito come la mafia può ammazzare qualsiasi persona risultasse scomoda!

Arrivato con qualche minuto di ritardo e gli do ragione, dopo aver fatto due passi sul “Sentiero del Rilke”, che da Sistiana porta al Castello di Duino, passeggiata che si affaccia sul mare del golfo di Trieste. Da subito è entrato in simpatia col pubblico facendoci sorridere con una battuta sul perché ci siamo rinchiusi in un teatro e non a goderci il primo sole di Primavera. Un numeroso pubblico perlopiù giovani, studenti triestini e non.

Qui sotto vi lascio alcuni miei appunti personali dei suoi “ricordi” e riflessioni. Li ho presi, così, di getto durante la chiaccherata:

…Al centro del libro c’è la città di Palermo, che è la sua città. Una città in cui tutto è incerto e proprio per questo motivo tutto è più vero. Una città che è “tutto porto” e “spasimo”, citando le due parti in cui è diviso il romanzo: per chi arriva è tutto porto, ma per chi è nato è tutta una partenza, è un desiderio di fuga. Questa sensazione la prova ogni persona che è nata in una città di mare, la quale si fa una promessa di infinito, ma poi si rende conto che c’è un limite; la stessa sensazione la prova anche un’adolescente, vede davanti a se tutta la vita; come in Primavera le gemme esplodono, mentre prima restano chiuse chiuse finchè non nascono e mostrano la loro bellezza!

…I giovani si rendono conto che hanno davanti tutta la vita, la promessa dell’infinito. Proprio la parola “adolescenza” deriva da Ad-tensione e Olescenza-pienezza, difatti in quella fase della vita ti rendi conto che puoi avere tutto e sei in tensione.

 …Dobbiamo farci una promessa: la nostra anima, il nostro cuore, la nostra testa devono essere felici. Siamo unici. Troveremo la pienezza grazie ai nostri limiti, difatti troviamo il coraggio di affrontare la vita quando siamo soli a superare i nostri limiti, paure, insicurezze: hai sicurezza in te quando non hai sofferto, se hai vissuto sofferenze ti senti insicuro.

 …Dal latino, “Adsum” – esser presente, coraggioso; “Abest” – non c’è, è lontano

 …Siamo in cerca della completezza. Devi sorridere per ampliare la vita: dobbiamo scegliere bene dove guardiamo, chi guardiamo, a chi dedichiamo il nostro tempo, tempo che non torna più.

 …Farsi tante domande, le risposte arriveranno. Dobbiamo esser curiosi, proprio la parola “curiosità” deriva da prenderci cura; dobbiamo trovare un interesse per stare bene. Tutto è Bellezza.

 …Nell’Odissea: i primi libri parlano proprio di un adolescente, di Telemaco (da Tele-da lontano e Maco-combattere; colui che combatte da lontano), gli Dei che non si presentano mai di persona, ma sotto altre vesti, lo incoraggiano a cercare Odisseo/Ulisse, suo padre. Trova il coraggio dentro di se e parte …alla fine assieme conquistano Troia.

Cita poi alcuni autori:

Ginsberg, il poeta de “L’Urlo”

Emily Dickinson, “Non conosciamo mai la nostra altezza, finchè non siamo chiamato ad alzarci “

Rilke – Lettere a un giovane poeta

Dostoevskij – Demoni

Raffaello

Shakespeare

Leopardi, “Nelle tele dei pittori c’è quello che non abbiamo visto”

Alla fine dell’incontro è stato disponibilissimo. Oltre a firmare una copia dei libri che avevamo con noi, con ciascuno si è soffermato a parlare un po’. Quello che mi ha colpito, sorpreso, era che lui ci faceva le domande e non viceversa. Voleva sapere quello che faccio nella vita, le nostre esperienze.

Non smetterò di dirti grazie, tutto questo mi ha arricchito.

by Smarty

Minicheesecake muffin at Easter, between tradition&novelty

minicheesecake sfornati

C’è aria di Primavera, le giornate sono più lunghe, c’è il Sole, il vento è più caldo, è arrivata la Pasqua!

Abbiamo “dipinto” la casa con fiori, tulipani, fragoline (…presi in viale Venti Settembre al “Trieste in Fiore”, se vi va potete leggere il post “Viale in fiore – edizione #13“) e narcisi. Anche le orchidee troveranno presto spazio, sia piccole, molto graziose, che quelle un po’ più grandicelle. Pasqua per noi è rinnovamento, rinascita, basta mettere il naso fuori casa e davanti a te vedi come il mondo, la natura esce allo scoperto, sbocciano i fiori, escono le foglie, una gioia di colori. Pasqua è anche passione e Resurrezione di Cristo.

Con l’arrivo della Pasqua ci siamo dedicate ha preparare l’albero “pasquale” con fiori di ciliegio, tronchetti addobbati con uova di stoffa, di legno colorate. E’ tradizione di famiglia comporlo diverso ogni anno. Altra consuetudine è colorare le uova sode, con la scorza della cipolla, il caffè e con coloranti alimentari. L’uovo pasquale ha origini antiche, i contadini romani sotterravano nei campi un uovo colorato di rosso, simboleggiando fecondità e quindi propizio per il raccolto. Proprio con il significato di vita che l’uovo è entrato a far parte della tradizione cristiana, è un richiamo alla Resurrezione di Cristo ed alla vita eterna.

happy easter

Accompagnato al pranzo di Pasqua, il dolce che abbiamo cucinato quest’anno sono le “Minicheesecake” a forma di muffin, abbiamo deciso di sperimentarle perché a vederle sono molto colorate, trasmettono freschezza; la ricetta è di Laurel Evans, tratta dal suo recente libro “Insolito muffin”, eccola qui di seguito:

insolito muffin_laurel evans

Ingredienti.
  • Per la base. 100 g di biscotti digestive sbriciolati (frullati nel robot da cucina fino ad avere un composto fine e uniforme) e 30 g di burro fuso, più un po’ per imburrare.
  • Per la cheesecake. 400g di formaggio Philadelphia, ammorbidito a temperatura ambiente per 30 minuti, 100 g di zucchero, scorza grattugiata di un limone, 1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia (liquida), 2 uova, a temperatura ambiente, 1 cucchiaio di farina, 50 g di yogurt bianco.
  • Per guarnire. marmellata di lamponi o di fragola.

minicheesecake negli stampini

 Preparazione.
  • Per la base. Scaldate il forno a 170 °C. Foderate 12 stampini da muffin con gli appositi pirottini di carta. Sbriciolate i biscotti frullandoli nel robot da cucina, fino ad avere un composto fine e uniforme. Mescolateli con il burro. Schiacciate bene il composto sul fondo degli stampini con il dorso di un cucchiaio. Infornate gli stampini e fate cuocere finché non iniziano a scurirsi i bordi: ci vorranno circa 10 minuti. Sfornate e fate raffreddare.
  • Per il ripieno. Alzate il forno a 180 °C. Lavorate per circa un minuto il formaggio, ammorbidite per 30 minuti con lo zucchero, per ottenere un composto liscio e senza grumi. Unite la scorza di limone e l’estratto di vaniglia. Unite le uova tenute a temperatura ambiente, una per volta, raschiando la ciotola e lavorando il composto finché non è omogeneo. Unite quindi la farina e poi lo yogurt, mescolando solo il necessario per far amalgamare il tutto, ma senza lavorare troppo il composto. Versate il ripieno sulle basi precedentemente cotte e lasciate raffreddare negli stampini. Con un cucchiaino da caffè distribuite 3 o 4 cucchiai di marmellata sulla superficie di ogni tortina. Passate quindi uno stecchino di legno o la punta di un coltello sulla superficie dell’impasto, per ottenere un effetto marmorizzato con la marmellata.
Infornate le minicheesecake a 180 °C per 15 minuti. Sfornate, togliete le tortine (utilizzando i loro pirottini) dagli stampini e lasciatele raffreddare a temperatura ambiente su una griglia per circa un’ora. Trasferitele in frigorifero almeno per un’altra ora prima di servirle.
gnam
Happy Easter! 
by Smarty&Liny

Madeleines

Dopo il viaggio a Parigi di Smarty abbiamo iniziato a deliziarci nel preparare alcuni dolci e piatti francesi!

Abbiamo trovato una sfiziosa ricetta di Rachel Khoo, dal suo libro “La piccola cucina parigina” per cucinare le dolci madeleines.

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Ci siamo procurate gli stampini, con non poca difficoltà, ma finalmente erano nostri! Li abbiamo trovati in un caruccio negozio con le vetrate originarie, di soli articoli da cucina in centro città. Una domenica mattina presi gli ingredienti e utensili, ciotole varie e bilancia ci siamo messe a cucinare. Aperto il forno e oh là là le madeleines con nostro stupore sono riuscite subito al primo colpo! Super! Che bello! Mmh a vederle facevano proprio un bella figura, per non parlare del profumo che emanavano, ci restava solo che assaggiarle! Gnam, veramente buonissime, molto soffici, ideali per una colazione oppure accompagnate col the al gelsomino proprio come faceva Proust!!! 

«Al mio ritorno a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di bere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano Petites Madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua casa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Cosa significava? Dove afferrarla? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda».

«tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore, era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Leonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio. La visita della piccola madeleine non mi aveva nulla prima che ne sentissi il sapore; forse perché spesso dopo di allora ne avevo viste altre, senza mai mangiarle, sui ripiani dei pasticcieri, e la loro immagine si era staccata da quei giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse perché, di ricordi abbandonati per così lungo tempo al di fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato».
[ parte di Swann – primo libro de “La Ricerca del tempo perduto” – Marcel Proust]

Noi le abbiamo fatte semplici. Vi lasciamo invece la ricetta di Rachel Khoo con la crema al limone e lamponi:

“Madeleines à la crème au citron et framboises”

Ingredienti:

Per 20-24 madeleines: • 3 uova • 130 gr di zucchero • 200 gr di farina • 10 gr di lievito in polvere • la scorza grattuggiata di 1 limone non trattato • 20 gr di miele • 60 ml di latte • 200 gr di burro fuso, lasciato raffreddare • 1 cestino di lamponi • zucchero a velo per decorare

Per la crema al limone vi lasciamo la variante del nostro papà: • la scorza gratuggiata e il succo di 1 limone non trattato • 1 pizzico di sale • 1/2 litro di latte • 3 cucchiai pieni di farina • 13 cucchiai di zucchero • 4 tuorli d’uovo

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Preparazione: 

Mescola le uova con lo zucchero finché diventano pallide e spumose. In una ciotola a parte metti la farina e il lievito in polvere e aggiungi la scorza di limone. Amalgama il miele e il latte con il burro lasciato raffreddare, poi incorporali alle uova. Aggiungi prima metà della farina, poi amalgama il resto. Copro e lascia riposare nel frigorifero per qualche ora o fino al mattino seguente.

Nel frattempo prepara la crema al limone. Unisci la scorza di limone e il succo, il sale, lo zucchero e la farina. Batti i tuorli d’uovo in una piccola casseruola poi aggiungi alla mistura sbattendo con una frusta con forza. Metti a fuoco basso e mescola continuamente aggiungendo pian piano il latte finché la crema comincia ad addensarsi. Aggiungi una goccia di maraschino. Toglila dal fuoco e versala in una ciotola attraverso un colino. Copri con della pellicola trasparente e refrigera per almeno 1 ora.

Quando è il momento preriscalda il forno a 190° C. Imburra e infarina una teglia da madeleines con 12 conchiglie. Versa la crema al limone in una tasca da pasticcere con una piccola bocchetta appuntita e riponila in frigo.

Metti 1 cucchiaio pieno di pasta in ogni conchiglia da madeleine e immergi bene un lampone in ciascuna. Inforna per 5 minuti, poi spegni il forno per 1 minuto (così le madeleines formeranno le loro tipiche cupolette), riaccendilo a 160° C e cuoci per altri 5 minuti. Trasferisci le madeleines su una griglia metallica e lasciale riposare qualche minuto, finché potrai toccarle. Nel frattempo, lava e asciuga la teglia, poi ripeti quanto fatto per la prima infornata. Inserisci la bocchetta nella tasca da pasticcere nella cupoletta di ogni madeleine già pronta e spremi l’equivalente di 1 cucchiaio di crema al limone. Ripeti con la seconda infornata, poi spolverizza di zucchero a velo.

by Smarty&Liny

Peter Cameron presenta Andorra

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Mini tuor italiano, per presentare il suo ultimo libro “Andorra” tradotto da Adelphi. Peter Cameron era ospite alla Libreria Lovat di Trieste.

Occasione da non perdere ed entrambe eravamo presenti, per fortuna. Infatti dopo aver ottemperato agli obblighi lavorativi, ci siamo precipitate in viale per assistere alla presentazione.

Pubblico delle grandi occasioni (non per niente noi triestini leggiamo, e molto), quindi accoglienza calorosa. A “moderare” la presentazione c’era l’autore Alessandro Mezzena Lona e l’interprete… Che dopo averci raccontato un po’ di più del libro, ha fatto varie domande a Cameron, facendoci conoscere un po’ di più  lo scrittore. Scopriamo così che è cresciuto in una famiglia di grandi lettori, il suo mondo erano i libri. Era un ragazzino solitario che viveva le storie dei personaggi dei libri che leggeva. Poi iscrivendosi all’Università a Lettere, era inevitabile che iniziasse a scrivere. I suoi primi racconti vengono pubblicati dal New Yorker, giornale di New York, e per sua fortuna hanno avuto successo.

“Andorra” in realtà e’ il suo terzo romanzo, scritto nel 1997, dieci anni prima di “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, ma solo ora pubblicato in Italia. 

La sua scrittura risulta raffinata e fluida, quasi che sembra facile scrivere, ma in realtà non è così, per sua stessa ammissione. Per scrivere un romanzo impiega circa cinque anni, anche se a noi italiani sembra di meno, solo perché sono stati tradotti ultimamente e a breve distanza.

Tra le varie domande, scopriamo anche che James, il protagonista de ” Un giorno questo dolore ti sarà utile”, è un po’ lui da giovane, quasi autobiografico, e per questo è il personaggio a cui è più affezionato.

Ogni libro comunque è un miscuglio di situazioni derivanti da libri che ha letto in quel momento. È molto attento al linguaggio, alla lingua quando scrive. Per lui leggere è vita, prova emozione nel vedere come puo’ essere descritta in vari modi una certa situazione a seconda di chi la scrive, questo è meraviglioso!

Ora dopo la presentazione non resta che leggere “Andorra”, che ha per protagonista Alex Fox, che da San Francisco si trasferisce a La Plata, soleggiata capitale del minuscolo Stato di Andorra, dove spera di ricominciare una nuova vita, lì in questo posto di confine, terra di diverse culture, un po come la nostra città!

Finita la presentazione lo scrittore ha avuto il tempo, per chi lo desiderava, di fare l’autografo alle copie dei suoi libri. Ha avuto un sorriso per tutti, grazie Peter! Sei proprio una persona delicata e disponibilissima!!!

 

(Liny&Smarty)

 

Ti ricordi la Casa Rossa? – incontri con l’autore

Ti ricordi la Casa Rossa?

Protagonista del secondo appuntamento di “Un Libro Un Rifugio – Incontri d’Autore” di mercoledì scorso 30 luglio, Giulio Scarpati, che ha presentato il suo primo libro nella sala manifestazioni di La Villa (BZ).

Trovandoci a trascorrere un periodo di vacanza proprio in Alta Badia, non potevamo mancare a questo appuntamento. 

Con il suo libro, “Ti ricordi la Casa Rossa?”, edito dalla Mondadori, l’attore racconta la storia della sua famiglia attraverso le vacanze trascorse alla Casa Rossa, nel Cilento. Inizia questo percorso fatto di ricordi d’infanzia, giovinezza per cercare di “ritrovare” sua madre, malata di Alzheimer. Spera così, facendo l’un l’altro un percorso al contrario, di ritrovarsi in qualche luogo, in qualche spazio sospeso nel tempo.

Toccante è stato quando ha letto un passo del libro. È proprio vero che solo quando a un tuo familiare diagnosticano una grave malattia, ti rendi conto di quello che realmente conta nella vita. All’improvviso ti tocca fare i conti con la morte, che i tuoi genitori non sono eterni, invincibili. L’abbiamo provato sulla nostra pelle, con la malattia del nostro papà (tumore inoperabile). Ascoltare la presentazione di questo libro ci ha fatto riaffiorare alla mente tutto questo.

La Casa Rossa di Scarpati per noi è il paesino sulle Dolomiti, La Villa, dove veniamo ogni anno da quando eravamo bimbe. Anche perché a nostro papà piaceva queste montagne. Continuare a venire qui è un po’ come se lui ci fosse ancora. Ogni volta che una farfalla ci viene incontro secondo noi è lui che ci saluta, che ci fa sentire la sua presenza.

Eri vestita tutta di verde, una donna di un metro e sessanta con l’atteggiamento di una alta un metro e ottanta, gli occhiali in punta di naso e l’ostinazione a fare tutto in autonomia. Siamo entrati nella chiesa anglicana di via San Pasquale, dove ti portava nonno Giulio, che era protestante, e davanti al gradino ti ho offerto la mano. L’hai rifiutata senza esitazione, volevi farcela da sola. Non ho insistito, ce l’hai fatta da sola e io sono caduto nel tranello della gioia. Dico tranello perché mi illudevo che la tua forza di volontà potesse vincere contro tutto. Poi però mi hai detto: “Sai, c’era una chiesa uguale…quando eravamo a Napoli.” Mi è crollata la navata addosso e stupidamente ti ho risposto: “Ma noi siamo a Napoli”. Stupidamente, sì, perché da allora non riesco a togliermi dalla testa la tua espressione, prima smarrita, poi mortificata. Tu non te la ricordi, ma io sì. Ce l’ho attaccata come un francobollo su una lettera d’addio. Il minuto successivo avevi già dimenticato l’episodio e quando mi sono arrischiato a domandarti: ” Sei contenta?”, mi hai risposto: “No, felice”. Una precisazione arguta, bellissima, perché felice è più di contenta. Anche se oggi ho il dubbio che semplicemente tu cominciassi a fare confusione con le parole.

A fine conferenza, presentata dal direttore dell’Alto Adige e de Il Trentino, Alberto Faustino, Giulio Scarpati si è prestato molto volentieri ad autografi e foto. Ora anche il nostro libro ha la dedica! Grazie 😉

(by Liny&Smarty)

Vel d’Hiv

16 luglio 1942. 16 luglio 2014. 72 anni sono passati da quel terribile giorno, dal rastrellamento di migliaia di ebrei francesi per mano della polizia francese (operazione battezzata con il nome “Vento di Primavera“). Nell’intera città di Parigi furono arrestate 13.152 persone, secondo i dati della prefettura. Un mese prima gli ebrei francesi furono costretti a mettere la stella gialla e due anni prima vennero censiti legalmente, così da redigere, con i dati registrati, il cosiddetto dossier Tulard (dal nome del suo creatore, André Tulard, contiene nomi e indirizzi e professione di tutti gli ebrei presenti sul territorio francese).

Non bisogna dimenticare. Zakhor. Al Tichkah.

Per troppo tempo lo si è fatto. Il primo a chiedere scusa ufficialmente del ruolo fondamentale avuto dalla polizia e dai funzionari francese è stato Chirac, nel 1995, durante la cerimonia commemorativa dei fatti del Velodromo d’Inverno, Vel d’Hiv. Da quel momento la Francia non può far più finta che non sia accaduto niente, non può dimenticare i 4.115 bambini tra i 2 e i 15 anni, arrestati con le proprie famiglie e rinchiusi in condizioni disumane senza cibo né acqua, per giorni, nel Velodromo (tra boulevard de Grenelle e rue Nelaton nel quindicesimo arrondissement di Parigi, vicino alla Torre Eiffel) e poi trasferiti nei campi di internamento di Drancy, Beaune-la-Rolande e Pithiviers, e successivamente ad Auschwitz. Sono sopravvissuti 811 adulti, nessun bambino.

Ora al posto del Velodromo, demolito nel 1959 dopo che una parte è andata distrutta in un incendio, sorge un edificio del Ministero degli Interni e un momumento per ricordare:

Il 16 e 17 luglio 1942, 13.152 ebrei furono arrestati a Parigi e nei dintorni, deportati ad Auschwitz e assasinati. Nel Vélodrome d’Hiver, che un tempo sorgeva in questo luogo, 1129 uomini, 2916 donne e 4115 bambini furono stipati in condizioni disumane dalla polizia di Vichy, per ordine degli invasori nazisti. Siano ringraziati coloro che tentarono di salvarli. Passante, non dimenticare mai.

 

La chiave di Sara

Un libro e poi film su tutti che ci ha particolarmente colpito e ricordato l’argomento della nostra tesi di maturità, di vari anni fa, La chiave di Sarah, di Tatiana De Rosnay. La scelta di alternare i capitoli è geniale. Prima è una bambina a raccontare i fatti, Sarah appunto, ebrea di 10 anni, che ha provato sulla sua pelle l’orrore di quei gioni. Poi una donna americana Julia, giornalista che vive a Parigi. Le loro vite anche se a distanza di 60 anni si intrecciano, quando quest’ultima va ad abitare nella casa dove viveva la piccola.

Tutto ha  inizio con l’articolo che deve scrivere sui fatti del luglio del ’42. Man mano che fa ricerche, sempre più approfondite, si rende conto che è successo qualcosa durante la guerra nella casa dove andrà ad abitare (26, Rue de Saintonge, 75003 Parigi). Non può, non riesce a fare a meno di continuare ad indagare e scoprire che fine abbia fatto la famiglia ebrea, Sarah…

A volte, Miss Jarmond, è pericoloso rinvangare il passato. Può riservare sorprese spiacevoli. La verità è più dura dell’ignoranza.

…in effetti è stato così, ma non poteva rimanere indifferente a quello che è accaduto in quel caldo giorno d’estate nella Ville Lumiere, e in tante altre città europee.

(by Liny&Smarty)