Cecità : 8°incontro

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono

La lucerna del tuo corpo è l’occhio. Se il tuo occhio è sano allora il tuo corpo è tutto nella luce, ma se è malato anche il tuo corpo è nelle tenebre. Bada che la luce che è in te non sia tenebra. –  Luca 11: 34-36

L’ottavo incontro del gruppo di lettura ha visto come protagonista indiscusso il romanzo di José Saramago (premio nobel per la letteratura portoghese), Cecità. Più che un romanzo, si può definirlo un saggio. Infatti il titolo in lingua originale  del libro è  Ensaio sobre a Cegueira, ovvero Saggio sulla Cecità. La parola saggio  è stata tolta, in modo da raggiungere più lettori possibili, altrimenti sarebbe risultata a prima vista una lettura difficile, per i più.
Di questo libro c’è una specie di seguito, che ancora non ho avuto il piacere di leggere e si intitola Saggio sulla lucitidà. In esso ritroviamo più di un personaggio.

Da questo libro è stato tratto anche un film del 2008, dal titolo omonimo, Cecità (Blindness), con la bravissima Julianne Moore ad interpretare e dar voce alla coraggiosa moglie del medico.

In questo libro c’è uno stile particolare: assenza di dei due punti per indicare l’inizio di un dialogo tra i protagonisti. Al loro posto viene usata la virgola. inoltre i protagonisti non hanno nome proprio. Tutti sono chiamati in modo impersonale: la moglie del medico, il medico, la ragazza dagli occhiali scuri, il vecchio con la benda,e il ragazzino strabico e così via.

Leggendo questo libro, si ha fin dalle prime pagine un senso di inquietudine, di disorientamento. Se succedesse veramente quello descritto da Saramago? Da un momento all’altro tutti diventassimo cechi? La vita di tutti i giorni, le dinamiche che si verrebbero a creare, andrebbe proprio così? Io credo proprio di si. Bisognerebbe ricominciare da capo. Ricominciare ed imparare a “muoversi” nel mondo con un senso in meno (quindi passare da 5 a 4).
Sarebbe una sorta di “riprogrammazione” dell’intera Umanità.
All’inizio, quando ancora non si sa la causa, non si sa come si viene contagiati, è normale che scoppi il panico tra la popolazione. Infatti nessuno sa cosa fare, come comportarsi. Il disorientamento è la prima sensazione che si prova.
Poi quando ci si rende conto che pian piano tutti o quasi stanno diventando cechi, inizia un senso di consapevolezza, di accettazione di questa drammatica situazione. Forse non si può ritornare indietro, ritornare a ricquistare la vista, quindi bisogna convivere con questa specie di malattia.
Ma è davvero una malattia? oppure è una questione di volontà incondizionata di non “vedere”, di non voler vedere perché ormai indifferenti a tutto e a tutti? L’anima di molti è come se fosse diventata cieca.

In alcune parti mi ha ricordato Il deserto dei tartari di Buzzati, l’attesa, l’aspettare che succedesse qualcosa. Ma anche Il signore delle Mosche di Golding, quando ormai nelle città tutti si comportavano come selvaggi, quando la gente non si comportava più civilmente, tornando ad uno stato quasi primitivo, dove prevale il più forte che è anche il più delle volte cattivo, crudele. Dove ogniuno pensa per se, a salvare la propria vita. Tutti tranne la moglie del medico.

Toccante il passo dove la moglie del medico incontra un cane, arrivato dal nulla per asciugare le lacrime di noi uomini, ormai allo sbando, guidandoci verso la Salvezza.

(Liny)

Un eroe del nostro tempo : 6°incontro

Un eroe del nostro tempo. Di Lermontov. Giovane scrittore russo, morto giovanissimo, quando ancora non ha raggiunto la maturità letteraria. Forse per questo è considerato uno  degli autori romantici più emblematici russi.

Il libro non è un romanzo, è una serie di racconti con lo stesso protagonista, Pecorin. Ambientati in momenti diversi della sua vita, in ordine temporale sparso, che genera un po’ di confusione nella lettura, a mio parere.

Di questo libro mi ha colpito molto la descrizione dei paesaggi, quasi realistici, ti ci immergevi totalmente, era come essere là (mi ricordavano tanto le meraviglie che vedo ogni volta quando vado in vacanza, in Alta Badia! ti lasciano senza parole!).
In negativo, il protagonista, Pecorin, era “antipatico”, sapeva di esserlo, era senza cuore. Privo di scrupoli, pur di arrivare al suo intento, si serviva un po’ di tutti, imbrogliando anche la principessina, giocando con i suoi sentimenti. Queste le sensazioni iniziali. Alla fine però si capisce che se è così non è del tutto colpa sua. La società e il destino, le esperienze vissute lo hanno cambiato.

Il libro è quasi una “fotocopia” di quello che capiterà realmente allo scrittore. Il protagonista infatti muore in un duello come succede a Lermontov qualche anno dopo, proprio negli stessi luoghi descritti nell’opera. Inquietante. E per mano di un vecchio amico, a causa di un offesa ricevuta. Come se morire in duello fosse valoroso, eroico. Da cui credo un eroe del nostro tempo, di tutti i tempi.

(Liny)

Un giorno questo dolore ti sarà utile : 5°incontro

E poi? e poi come continua la vita di James? cosa fa, dove va, cosa pensa? …son queste le domande che mi son venute alla mente quando ho finito di legger il libro di Cameron, da cui è stato tratto anche un film che su consiglio di Ally, ora potrò vedere. Infatti mi ha “severamente” vietato di guardarlo, prima dovevo finire di legger il libro! Come in quasi tutte le trasposizione cinematografica la storia viene un po’ stravolta. Speravo di riuscire a vederlo al Giardino Pubblico, dove ogni estate fanno un apprezzatissimo Cinema Estivo, ma mi sa che me lo sono perso. Mi toccherà aspettare di vederlo in tv, quando lo fanno passare su Sky.

L’ultima volta che avevo dovuto affrontare una situazione simile era stato a scuola di vela, a dodici anni. Era l’estate in cui i miei avevano divorziato e ci avevano spedito entrambi, Gillian e me,  fuori dai piedi…ero stato esiliato a Cape Cod…ho scoperto dopo che Camp Zephyr non era neppure una normale scuola di vela, ma quel genere di posti pubblicizzati sulle ultime pagine dei giornali dove si cerca di raddrizzare gli adolescenti gravemente problematici grazie alle meraviglie del lavoro manuale e della natura. Anche il motto del campo era sinistro:  – Sii forte e paziente; un giorno questo dolore ti sarà utile -.

James ha un rapporto davvero particolare con la nonna, Nanette: le può raccontare tutto, lei lo capisce, lo ascolta, lo considera.
Il cane di James, mi ha ricordato tanto il mio Pisolo. Anche io, pure noi tutti in famiglia, parliamo con lui. Infatti siamo convinti che anche lui come Mirò pensa di essere un non-cane. E’ intelligente, sa dare un significato a tantissime parole e ragiona. Un giorno tornando a casa, non è venuto a salutarmi come fa di solito, l’ho trovato nella vasca da bagno perché stava poco bene: in pratica ha fatto un pensiero logico – “per non sporcare in giro per casa, è meglio che me ne stia buonino buonino qui in attesa che torni qualcuno” – forte no?

La galleria d’arte dove lavora (che è di proprietà della madre) mi ha tanto ricordato la biblioteca dove lavoro. Si è sempre  in attesa di visitatori/utenti. Ci sono tante similitudini. Gente più o meno strana che viene, facendoti domande più o meno sensate. Intanto che aspetti fai dei lavoretti interni. D’estate poi c’è inevitabilmente meno gente, è tutto si “dilata”.

Mi sono in più punti rispecchiata nel carattere di James: anche io sono un po’ taciturna, non parlo sempre, non ho l’esigenza di parlare sempre e comunque. Per esempio quando sono in turno con un collega, non vedo perché bisogna far conversazione in continuazione.
Una differenza che ho trovato con James è che prendo la vita con piu entusiasmo, o per lo meno cerco di trovare sempre il lato positivo delle cose, anche se molte volte è davvero difficile.
Anche io ho paura dei cambiamenti: ogni volta che si finiva un ciclo di studi e si passava alla fase successiva, era un po’ un trauma (ambienti nuovi, prof nuovi, compagni di studi nuovi). Tutto era complicato all’inizio, a me piace la quotidianità, mi piace sapere quello che mi aspetta, il nuovo un po’ mi spaventa, credo comunque sia una sensazione comune un po’ a tutti. E non credo che per questo bisogna riccorere allo psicoterapeuta – La paura rende vive le persone – come dice Orlando Serra/Simone Gandolfo in Ris Roma 3.

Anche io vorrei vivere in una casa di campagna/montagna, lontano dalla caotica città. Pensate da piccolina, quando andavo alle elementari e mi facevano la famosa domanda “Cosa vorresti fare da grande?” io rispondevo sempre la contadina!!

…non sarà un’esperienza sprecata. A volte anche le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa dobbiamo fare davvero. Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso che le persone che fanno solo belle esperienze non sono molto interessanti…godersi i momenti felici è facile, Non che la felicità sia necessariamente semplice. Io non credo, però che la tua vita sarà così, e sono convinta che proprio per questo tu sarai una persona migliore. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono – un dono crudele, ma pur sempre un dono.

Verissimo quello che dice a proposito delle persone che non conosciamo, incontriate per strada, bus, negozi, manifestazioni. Di loro conosciamo solo la punta di una piramide/iceberg. Una cosa che mi piace tantissimo è sedermi su una panchina è osservare quello che avviene intorno a me, starei delle ore a guardar la gente che passeggia, immaginando dove vanno, cosa hanno lasciato, cosa troveranno.

Dopo aver letto questo libro, sicuramente leggerò anche gli altri di Cameron, mi piace scoprire cosa ha da raccontare, mi piace il suo modo di scrivere, semplice, ha la capacità di farti “vedere” quello che stai leggendo.

(by Liny)

AGGIORNAMENTO:

Sabato scorso son riuscita finalmente a vedere il film (su sky primafila). Impressioni? contrastanti. Mi è piaciuto per alcuni versi, per altri no. Sicuramente meglio il libro. Leggendolo si colgono tante sfumature, che inevitabilmente il film taglia. Una cosa che non dovevano fare è render più simpatica la terapeuta, nel film diventa quasi una amica, mentre nel libro era l’opposto: James la detestava. Hanno invece colto bene il disagio che prova il protagonista nel stare con i suoi coetanei, quello si. Bellissima e toccante la colonna sonora, di Elisa 😉 e dolcissimo il piccolo Mirò, che tanto assomiglia al mio Pisolo. Comunque in linea definitiva non male: a proposito avrei reagito nella stessa maniera di James, quando visita la villetta che vuole comprare. Toccante alla fine, ma non dico di più…

Il lamento di Portnoy : 4°incontro

Il lamento di Portnoy di Philip Roth. Ecco il libro che abbiamo letto per il quarto incontro del Gruppo di Lettura.

Di questo autore prima d’ora non avevo letto nulla: cercando qua e là informazioni su di lui, ho letto che ha scritto vari libri, tutti più o meno auto-biografici, che raccontano la condizione degli ebrei-americani, con uno stile irriverente, spesso esilarante, ma allo stesso tempo sapiente.

Scorrendo la sua biografia, sicuramente leggerò Complotto contro l’America (romanzo che dà vita ad una Storia alternativa a quella che realmente è successa) e Pastorale americana, ma anche Ho sposato un comunista e la Macchia umana (questi ultimi fanno parte dell’American Trilogy). 

Tornando al libro in questione, è stato pubblicato nel 1967, causando non poche polemiche, per il tema trattato, ma anche per il linguaggio usato.

Devo dir la verità, anche a me all’inizio ha fatto uno strano effetto, diciamo pure che ho pensato “ma guarda cosa mi tocca leggere”, pagine condite di parole dissolute, “non riuscirò mai più a finirlo di legger in tempo”, invece mi sbagliavo. Questo è il bello di far parte di un Gruppo di Lettura! E’ senza dubbio un arricchimento, un modo per scoprire cose nuove, allargare il proprio “orticello”, esplorando brani che magari non avresti mai fatto, mai apprezzato.
Man mano che continuavo nella lettura, Alex, il protagonista, è diventato sempre più familiare, mi faceva pena, poverino…volevo a tutti i costi scoprire come sarebbero andate a finire le sue avventure/disavventure, o come dice lui vedere cosa altro poteva succedere al protagonista di una barzelletta ebraica! (un po’ come Woody nei suoi tanti film, portando sul grande schermo l’umorismo ebraico)

Ma chi è Alex? Ebreo, trentatreenne, che lavora come Responsabile di un dipartimento dell’amministrazione di New York contro la Discriminazione. Complessato, paranoico, nevrotico, irriverente, insicuro, pieno di manie. Genitori opprimenti che gli dicono sempre non far questo, non far quello portandolo ad avere un costante senso di colpa (…e di cosa?). Non è mai riuscito ha staccare il cordone ombelicale che lo lega alla madre, la quale non l’ha aiutato in questo, anzi…ha alimentato le sue fobie, facendo crescere in lui il Desiderio di Conquistare e abbattere tutti i divieti impostogli da bambino (non a caso è ossessionato dalle donne non ebree, o “gentili” come le chiama lui). Ecco che per Alex diventa di fondamentale importanza, “come se il suo destino fosse quello di sedurre una ragazza per ciascuno dei quarantotto stati”, tutto questo per conquistare  e scoprire l’America come avevano fatto in passato i vari Colombo, Washington e ora Portnoy, per comprendere i loro ambienti sociali.
Poi c’è l’Alex ribelle, che non né vuole sapere delle tradizioni ebraiche, ripudiando la sua Religione; l’Alex comunista, pieno di ideali, il quale crede nei diritti umani, dove non c’è distinzione di razza, religione, colore, dove si è tutti uguali (“non tratterò alcun essere umano da inferiore!”… “ciò vale anche per i goyim (non ebrei) non tutti abbiamo avuto la fortuna di nascere ebrei, un pizzico di compassione per i meno fortunati… perché ne ho piene le tasche di goyische qui e goyische là! se è cattivo è goyim, se è buono è ebreo! non vi accorgerete, cari genitori che un tale modo di pensare è una barbara idiozia?”).
Infine dopo esser andato per la prima volta nella Terra di Israele, si rende conto che non può continuare con questa vita, sregolata, ecco che inizia la sua disperata ricerca di una moglie, per formare una famiglia e avere dei figli, per vivere una vita banale, normale che sia. Decide quindi di chiedere aiuto, andando quindi da un psicanalista, un tal Dottor Spielvogel, al quale come un fiume in piena racconta tutta la sua vita, senza interruzioni di sorta, trasformando la sua prima seduta in un monologo lamento…ma poi siamo sicuri che sia andato davvero da un psicanalista, o era tutta “un gioco” mentale (provate a tradurre il nome del dott. e capirete!)

Roth in questo libro tratta quindi tempi importanti, come rapporto che c’è tra ebrei e non ebrei, conflitto che c’è tra genitori e figli, e la non completa integrazione nella società americana degli ebrei (problematiche trattate anche da Spielberg in numerosi suoi film). Altri autori ebreo-americani, che hanno arricchito con le loro opere la letteratura americana sono per esempio Malamud, che con i suoi romanzi ha analizzato le frustrazioni, le ossessioni della vita sociale americana, con particolare attenzione agli immigrati ebrei (“gli inquilini”,”il commesso”…) ; poi Bellow, i cui romanzi hanno per protagonisti ebrei serio-comici (“Hergoz”)

…giù al campo, – strillo…godo un mondo a strillare per farmi sentire : è come essere arrabbiati ma senza le relative conseguenze… – a vedere gli uomini!
E’ questa la frase che mi uccide mentre atterriamo all’Eretz Yisroel: guardare gli uomini.
Perché io amo gli uomini! Voglio crescere ed essere uno di loro! Tornare a casa all’una per il pranzo domenicale, i calzettoni sudati che pizzicano dopo ventuno inning, la biancheria che odora di sforzo atletico e, nel muscolo del braccio che batte, un lieve tremito a ricordo delle grandiose sventole basse che ho tirato per tutta la mattina inchiodando gli avversari sul percorso delle basi; sì, i capelli scarmigliati, i denti allappati, i piedi distrutti e le kishkas indolenzite dal gran ridere; in altre parole, sentirsi grande, un robusto uomo ebreo gloriosamente stravolto…Sì, torno a casa per rimettermi al mondo…e da chi? Da mia moglie e dai miei bambini, da una famiglia tutta mia e proprio là nel quartiere di Weequahic!

(Liny)

Tempi difficili : 3°incontro

Terzo incontro, terzo libro! Questa volta ci siamo cimentati nel leggere un romanzo di un autore “classici”, ovvero Dickens.

Tempi difficili, assieme a Grandi speranze, è un romanzo “a parte”, che fa “eccezione” al modo solito di scrivere di Dickens. Mi spiego meglio: l’autore fa finire sempre i suoi romanzi con un lieto fine, un finale ideale dove i protagonisti comunque sono felici, dove tutto è protetto, tranquillo, domestico. In Tempi difficili questo non accade, i personaggi sono lasciati un po’ in sospeso (non si sa bene cosa riserva loro il futuro), mentre io avrei concluso la storia più o meno così: intanto con Lou felicemente fidanzata a James Harthouse, senza non prima aver mandato a quel paese l’odioso, viscido, ipocrita di un Bounderby, imbroglione che non è altro, lui che si vanta sempre di “essersi fatto da sé”…si si, come no! e per non parlare della Signora Sparsit, anche lei altra bella personcina, una brutta megera altroché! che invece di farsi gli affari propri semina zizzania ovunque va e che non si sa come si trova ovunque, anche grazie al fidato aiuto di Bitzer, uno degli alunni del Signor Gradgrind, papà di Lousia e Tom, cresciuto secondo il “sistema dei Fatti”, dove tutto ha un prezzo e che il prezzo andava pagato senza guardare in faccia nessuno, anche se la persona che aveva sbagliato è un tuo familiare. Con il povero Stephen sano e salvo e con la dignità “immacolata”, quindi senza che nessuno lo considerasse un ladro, felice e contento con la sua Rachel. Inoltre il ravvedimento del Signor Gradgrind è stato troppo repentino, è bastato che Louisa gli parlasse e finalmente anche lui ha capito che non si può vivere solo che di Fatti, ma la vita di ognuno ha bisogno anche di immaginazione, per poter sfuggire almeno per un po’ alla difficile realtà di ogni giorno.

Strutturalmente Tempi difficili è diviso in tre parti: la semina, la mietitura e il raccolto, quindi c’è un collegamento con il  versetto “ciascuno di noi raccoglie quello che ha seminato”: quello che fai ora, nel presente, comporta inevitabilmente degli effetti nel futuro, belli o brutti, buoni o cattivi che siano.

La storia si svolge in una cittadina, Coketown, dove la vita è scandita dal lavoro nelle fabbriche di carbone della città, dove ormai il colore del cielo non si vede più ed è così dimenticato da tutti. Un giorno anche arriva il circo, c’è Sissy una dolce ragazzina che dopo la misteriosa scomparsa del padre viene affidata all’eminentemente pratico Gradgrind, il quale ha il compito di dare una solida istruzione pratica alla ragazzina, facendo sì che “la sua storia comincia qui”…del passato non bisognava più parlare!

Oltre a questo romanzo, di Dickens, avevo letto solo Canto di Natale, letto dopo aver visto da piccolina la sua trasposizione in tv con i Muppet, che tanto mi piacevano.

Devo dare assolutamente ragione a George  Orwell, quando scrive:

Quando Dickens descrive qualcosa, ti rimane davanti agli occhi per il resto della vita

Chi non è rimasto affascinato nella sua descrizione di Coketown, alzi la mano! Ha una capacità descrittiva fuori dal comune, la sua immaginazione invade ogni cosa, dettagli su dettagli, che qualche volta porta ad una lettura difficile, macchinosa, ma non per questo stancante. Dickens piace o non piace.  Se prima facevo parte di questa ultima categoria, sarà perché avevo letto un unico libro e per di più da piccola, ora dopo aver letto questo mi è venuta voglia di leggere altro di lui a cominciare da Grandi speranze, che è un po’ come titolo l’opposto di Tempi difficili, voi che dite? per poi leggere America, il nostro comune amico e sicuramente anche David Copperfield, ma poi alla fine so come andrà a finire, li leggerò un po’ tutti. 

Ora come sempre vi lascio con le parti che più mi hanno colpito:

Nella vita ci servono solo Fatti, null’altri che Fatti!

La parola Immaginazione va bandita per sempre!

Coketown, verso la quale il signor Gradgrind e il signor Bounderby si stavano dirigendo, era un trionfo del fatto, una città completamente immune, quanto la signora Grandgrind, dalla fantasia…era una città di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero consentito. Stando così le cose era invece una città di rosso e nero innaturale, come la faccia dipinta di un selvaggio; una città piena di macchinari e di alte ciminiere dalle quali uscivano senza tregua interminabili serpenti di fumo, che si snodavano nell’aria senza mai sciogliere le loro spire….

Non  c’era nulla a Coketown che non ricordasse la severa disciplina del lavoro.

Se ne stava seduta laggiù a fissare le foglie cadute l’anno precedente così come a casa fissava le ceneri che cadevano nel camino.

…sarà quel che sarà…

Principio basilare della Filosofia di Gradgrind era che tutto avesse un prezzo e che il prezzo andasse pagato…

(Liny)

Il dio delle piccole cose : 2°incontro

Il secondo libro scelto per il neogruppo di lettura è “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, un libro che nonostante le prime pagine un po’ difficili da leggere, è davvero bello (più di uno di noi infatti si è “arenato” alla pagina 30). C’è chi come me lo ha letto pian pianino, poche pagine al giorno, capitolo dopo capitolo, e chi invece superata la fatidica pagina 30, l’ha letto tutto d’un fiato.

Ambientato alla fine degli anni 60, in India, con protagonisti due gemellini, Estha e Rahel, e la loro mamma, Ammu. Questi due bimbi sono “speciali”, sentono quello che prova l’altro…un po’ come Smarty ed io, infatti siamo gemelle pure noi. Da bambine, quando ancora non sapevamo parlare, bastava uno sguardo e ci capivamo al volo, inoltre avevamo tutto un nostro linguaggio. Più di una volta ci è capitato di sentire che l’altra ci doveva dirci qualcosa, oppure come alle elementari un giorno di punto in bianco ho detto alla maestra che dovevo andare assolutamente da Smarty, perché le era successo qualcosa…infatti era caduta.

Tornando al libro, i gemellini e la loro mamma, una volta separata dal marito alcolizzato, fa ritorno a casa dei genitori. Però nella società indiana delle caste, una donna separata non ha più una posizione sociale. Più di una volta il fratello di Ammu, Chacko fa pesare questa situazione ai tre dicendo loro che ha tre macine appesse al suo collo. La loro vita non è facile, anche grazie al contributo della odiosa Baby Kochamma, che considera i gemelli “figli di Satana” solo per il fatto che sanno leggere al contrario (bé io so scrivere al contrario…). Estha e Rahel impararano, purtroppo sulla loro pelle, che la Storia pone le sue condizioni. Infatti tutto cambia con l’arrivo della cuginetta inglese, Sophie Mol.

Una parte importante nella storia ce l’ha Velhuta (“che aveva una foglia sulla  schiena che faceva arrivare puntuale il monsone“), un paria, un intoccabile, che doveva considerarsi invisibile, ma essendosi convertito al Cristianesimo è fuori dalla casta, quindi ultimo fra gli ultimi. Quest’uomo è amato dai gemelli di giorno e di notte da Ammu. In lui riconoscono il padre, il marito tanto cercato.

La scrittura è di una particolarità unica: ci sono continui flashback avanti e indietro nel tempo, che all’inizio ti stordisce non facendoti capire granché della storia, ma che poi man mano che continui a leggere, di rendi conto che tutto torna. Le parole lette diventano immagini nitide e tutto è visto dagli occhi dei bimbi, quegli occhi innocenti, e basta un giorno, un’istante è tutto cambia, dal bello e spensierato a qualcosa di brutto, di irrimediabile. Bisogna quindi saper assaporare, far tesoro dei piccoli momenti, delle “piccole cose” come fanno i bambini, stupirsi, gioire di quello che la vita in questo momento ti sta dando.

E ora qualche pezzo tratto dal romanzo:

Non vecchi, non giovani. Ma vitalmente morituri

Erano estranei che si erano incontrati per caso. Si conoscevano prima che la vita iniziasse…quasi fossero una rara specie di gemelli siamesi separati nel corpo ma con identità fuse insieme.

Ecco il guaio delle famiglie…sapevano esattamente dove faceva male.

In momenti simili vengono sempre dette le piccole cose. Le grandi cose si acquattano dentro, non dette.

Restituito. Come se fosse l’unico motivo per cui esistevano i gemelli. Per esser prestati e restituiti come libri della biblioteca.

a) a chiunque può succedere qualsiasi cosa; b) meglio essere preparati.

Perché la verità è che solo quello che vale è valido.

Le grandi storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo.

In punta di piedi l’infanzia se ne andò.

Solo che ancora una volta trasgredirono la legge dell’amore. Che stabilisce chi si deve amare. E come. E quando.

(by Liny)


Il deserto dei tartari : 1°incontro

Primo post per il primo libro scelto al neo Gruppo di Lettura (GdL) cui faccio orgogliosamente parte. Dico orgogliosamente perché era da un po’ che avevo questa idea che mi girava per la testa ma che ancora non ero riuscita a realizzare. Quando un pomeriggio di qualche settimana fa degli amici/colleghi mi progongo questa loro bella iniziativa naturalmente non ho potuto dire di no!

Il primo libro che è stato proposto e già lo si intuisce dal titolo del post, è Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Autore di cui non ho mai letto nulla, quindi per me è stato tutto nuovo. Trovato il libro, inizio a leggerlo ogni sera prima di dormire. Cerco di darmi delle scadenze per riuscire a finirlo in tempo prima del primo incontro, visto che comunque nel frattempo stavo già leggendo un’altro libro (Il discorso del Re di Mark Logue e Peter Conradi, che ora ho prestato a Ella).

Trama? Il libro parla di un soldato, Giovanni Drogo, che diventato tenente viene inviato alla Fortezza Bastiani, un luogo ormai dimenticato da tutto e da tutti, che proteggeva la frontiera a Nord, dove c’era un deserto, il deserto dei Tartari. All’inizio Giovanni vuole rimanere meno possibile in quel posto isolato, per paura di sprecare i suoi anni giovanili, poi vi rimane, affascinato, intrappolato come tutti (o quasi) quelli che lo hanno preceduto…si fa prendere dalla mania (<<Tutte queste cose erano ormai diventate sue e lasciarle gli avrebbe causato pena.>>)…nella speranza che “il grande giorno” arrivi, ovvero che dal deserto del Nord giunga la fortuna, l’avventura, l’ora miracolosa che almeno una volta tocca ciascuno, facendolo diventare eroe. Aspetta invano giorni, che diventano settimane, poi mesi, addirittura anni finchè…è qui mi fermo per non rovinare la sorpresa a chi il libro ancora non lo ha letto.

Le mie impressioni? Come capita anche a me, Giovanni ha paura delle “novità”, delle cose nuove, che non conosce. Per esempio, quando si cambia luogo di lavoro, è naturale sentirsi spaesati. Poi con il tempo tutto diventa quotidiano, monotono. Ma non sempre monotonia è sinonimo di noia, anzi è quasi una sicurezza. Così è successo a Drogo, le mura della Fortezza erano per lui diventate la sua nuova casa e il mondo che ha lasciato ormai è diventato estraneo. Ma lassù si sente solo. Unico amico e confidente è il capitano Ortis che ha conosciuto durante il viaggio, il primo giorno, verso la Fortezza. Entrambi erano li li per diventare eroi, visto che la guerra alla fine è arrivata, ma per motivi diversi non l’hanno potuta combattere…possono comunque considerarsi eroi e se leggerete il libro capirete perché.

Vi lascio con alcuni passi tratti dal libro:

<<Gli pareva, la Fortezza, uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato sul serio di poter appartenere, non perché gli sembrassero odiosi, ma perché infinitamente lontani dalla sua solita vita – tutto là dentro era una rinuncia, ma per chi, per quale misterioso bene? – …adesso si capiva sul serio che cosa fosse solitudine… – …il silenzio assoluto pareva incontrastato signore della Fortezza – …proprio quella notte cominciava per lui l’irreparabile fuga del tempo – Non si era dunque aspettato invano, gli anni non erano stati sprecati, la vecchia Fortezza, dopo tutto, sarebbe servita a qualche cosa – Lui ha saputo morire al momento giusto…un’eroe…non si è nati tutti per fare gli eroi – …è primavera, in ogniuno dei suoi frammenti ancora si sveglia un palpito di vita – …queste mura sembravano custodire per lui un severo ma invidiabile destino – Ma è pur sempre un’altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita… – …il mondo viveva dunque senza alcun bisogno di Giovanni Drogo…straniero girò per la città…quella non era più la sua vita, lui aveva preso un’altra strada… – S’illude di una gloriosa rivincita a lunga scadenza, crede di avere ancora un’immensità di tempo disponibile…e se avesse veramente sbagliato? se lui fosse un uomo comune, a cui per diritto non tocca che un mediocre destino? – Che vita noiosa adesso…eppure un residuo di incanto…un mistero si ostinava lassù… – Il tempo si era messo a correre sempre più veloce… – Capì Drogo come un’intera generazione si fosse in quel frattempo esaurita… – …certezza che il buono della vita fosse ancora da cominciare… – …la via di Drogo volgendo così all’ultimo termine…era solo al mondo, e fuor che lui stesso nessun altro lo amava – Proprio allora dai fondali recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte – Nulla è più difficile che morire in un paese estraneo ed ignoto…>>

Prossimo libro? Il Dio delle piccole cose di Arundhati Roy!

(by Liny)